ETERNO PRESENTE

martedì, 28 dicembre 2010
 
 
paesaggio1Io penso che il "presente" non vada inteso nel senso del tempo, ma dell'essere. Come quando a scuola si faceva l'appello e si rispondeva "presente", ossia come dire, eccomi, sono qui, ci sono, ci sono con tutto me stesso, con tutto il mio essere.

E' raggiungere la consapevolezza dell'"IO SONO", ma non un raggiungere nel senso del tempo, ma appunto, nel senso della consapevolezza. I maestri ci spingevano a considerare la cosiddetta liberazione come una possibilità dell'adesso, del qui ed ora e non di un tempo lontano.

Quando pensiamo che un giorno lo diventeremo, non facciamo altro che crearlo quel futuro, si, noi stessi lo posticipiamo non credendolo possibile ora. E' come se dicessimo a noi stessi:"Adesso no, non sono pronto, non mi sento degno, capace, forse domani...." ecco che così pensando, noi non siamo "presenti" in quel momento e posticipando questa possibilità, creiamo quel futuro che rimanda il vivere il "momento ora".

Noi creiamo un ologramma interiore di insicurezza, di non convinzione, di paura e questo ologramma interiore non fa che proiettare l'ologramma esteriore, cioè la nostra quotidianità, nelle stesse condizioni che io ho creato nel mio essere interiore. Non fa che crearlo quel futuro, che posticiparlo a dopo.

Questa insicurezza è l'insicurezza dell'io, che pensa inconsciamente di non meritarsi ancora quell'eterno presente e quindi di dover ancora sudarsela, di dover ancora fare tante altre cose. E' lui stesso che si nega tale possibilità, tale realizzazione.

Quando in noi non ci sono più queste paure, queste incomprensioni, quando iniziamo a stare bene con noi stessi, allora ci godiamo veramente l'attimo, il presente. Come quando siamo soddisfatti di noi stessi, magari dopo aver raggiunto un obiettivo importante per noi, ci sentiamo bene, vivi e ci godiamo appieno quel nostro momento con grande soddisfazione, questo potrebbe essere un piccolo assaggio di ciò che sarà.

I maestri dicevano sempre che lo spostamento da un piano all'altro, da una dimensione all'altra non è altro che uno spostamento di "consapevolezza". Raggiungere il proprio Sè, il proprio essere è identificarsi in esso e non più in un io che diviene.

Forse lo spazio-tempo non è altro che lo spazio inconsapevole tra il sè ed il Sè, tra l'io e il Sè divino, quello spazio-tempo che scompare non appena diventiamo consapevoli del nostro vero essere, non appena ci identifichiamo nel nostro Sè.

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