L'INDEFINITO



 

 

Pochi giorni fa, facevo un esercizio per le caviglie sollevandomi in punta di piedi, ho provato a farlo con gli occhi chiusi e non riuscivo a rimanere in equilibrio, perchè mi sbilanciavo subito, aprendo gli occhi, invece, mi riusciva meglio. Sempre al buio, ma toccando leggermente qualcosa, tipo la spalliera di una sedia, l'equilibrio era anche più stabile, allora mi sono domandato, perchè al buio senza appoggi cado subito? Immediatamente ho accostato questo al mio essere e pensavo che, forse, nel vuoto dell'infinito, perde subito cognizione, si sbilancia, proprio come me, ed ha bisogno di punti di riferimento, come a me bastava anche solo vedere, o meglio ancora, un appoggio. Ecco, credo che l'identità sia l'appoggio dell'essere nei suoi primi bisbigli di vita, sia un punto di vista con cui inizia a vedere se stesso.
 
La materia indifferenziata viene percepita dai sensi, dal limitato che ne crea la forma, la sostanza e crea la vita nel relativo. Questa materia indifferenziata è un po' come il vuoto, l'infinito in cui ci si perde, ci si sbilancia senza punti di riferimento e appoggi, perlomeno finchè l'essere non riesce a camminare da solo senza più appoggi e punti di riferimento, finchè lui stesso non smetta di essere il punto di riferimento della sua stessa esistenza, perchè la sua esistenza è eterna, quindi infinita, quando trasforma cioè l'”io vivo” in “io sono vita”.
 
Se mi guardo allo specchio vedo un uomo e quello non scompare, quello farà sempre parte del mio essere, forse sarà solo un puntino nell'interezza del mio essere, come il mondo nei confronti dell'universo, ma sarà un puntino che sarà inscindibile da me e sarà anche amatissimo da me, egli è una mia stessa creazione nel momento che mi serviva un punto di vista con cui guardarmi dall'interno, un appoggio per i miei primi passi.
 
Mi ci sono aggrappato da tante vite e tutt'ora mi accorgo di aggrapparmici; si, mi ci attacco ogni volta che sento disagio, paura, insicurezza.
Che significa aggrapparmici? Significa che quando ad esempio sono solo o anche faccio qualcosa, la mia mente subito va nel passato o nel futuro, nell'immagine futura, se provo a vivere nel presente non ci riesce, perchè la mente va ad accostare ogni cosa e situazione cercandola nella memoria o nell'immaginazione, fuggendo così dal “vuoto” del presente.
 
Ecco, questo intendo per “aggrapparmi”, accostando questo senso all'esercizio precedentemente descritto. In ogni istante, la mente va ad appoggiarsi a qualcosa, che sia nella memoria o nell'immagine o nel confronto, controllo e questo sento che è come cercare di riempire un “vuoto”, quel vuoto che sentiamo quando non stiamo facendo niente, quel “vuoto” che è come l'indefinito che ci destabilizza, ci disorienta e per quella sensazione di squilibrio interiore cerchiamo degli appoggi, i nostri appoggi.
Mi ci aggrappo perchè ne sento il bisogno e, sentendone il bisogno nella mia individualità interpretata come corpo, ecco che mi attacco anche ai bisogni del mio corpo e rimango imbrigliato in questa mia convinzione.
 
Uscire dalla fase del “bisogno” per sentirsi veramente liberi, secondo me, è proprio quando comprendi che in realtà tu non hai “bisogno” del tuo corpo, della tua individualità, la usi nel momento che ti credi individuo, nel momento che ti aggrappi ad essa, nel momento che senti il bisogno di vedere, toccare, avere punti di riferimento nella vastità che ti fa ancora paura, ma in realtà tu non hai bisogno di niente.
 
Ecco, ho un'identità, sento la mia personalità e, come in un film, voglio vedere come va a finire. Immagino diversi finali, dal tragico al glorioso e queste immagini di me personificano la mia realtà. Si, sono come ipnotizzato da questa mia storia umana che non la lascio finchè non vedo il finale. Non penso che proprio questo crea la mia storia, che proprio questo vedere fino alla fine la trama del mio film/storia non mi fa uscire dai confini umani, non libera il mio vero essere, lo tiene stretto nella sua linearità umana. Ora sento che la mia storia non ha bisogno di una trama, non ha bisogno di un finale qualunque esso sia, tragico o glorioso, non ha bisogno di esistere una storia; la vita segue una storia, ma non ha storia. La vita finita segue una storia, la vita infinita vive e basta. Rimanere attaccati alla propria storia è far continuare a vivere la propria personalità come primo attore, ma la storia della vita ha tanti attori e tutti principali e quando uno vuole essere il primo attore, crea una sua vita separata da quella altrui, dalla vita stessa. Vivere la vita forse è non crearsi una storia personale fino alla fine, ma lasciare che la vita scorra nelle proprie vene senza una vera e propria trama, senza dover immaginarsi un finale, non rimanere ipnotizzati dalla propria storia.

Allora, piano piano, inizi a comprendere e a lasciarti andare che tutto è perfetto, che non puoi cadere nel vuoto, che non hai nemmeno bisogno di identificarti in qualcosa o qualcuno. Allora diventi tutto e niente allo stesso tempo; diventi la tua stessa essenza, il tuo spirito libero.
 

 





 



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